1994 ·
214 pagine · Feltrinelli
Letto da: Sergio Rubini (4 h 30 min)
⭐
4/5
Premio Campiello 1994
Raccontare Antonio Tabucchi significa parlare di uno scrittore che ha fatto della nostalgia, del dubbio e delle identità sfuggenti una vera e propria poetica. Tabucchi è uno di quegli autori che non ti raccontano solo una storia, ma ti fanno sentire come se stessi inseguendo qualcosa che non riuscirai mai ad afferrare del tutto. Nei suoi libri c’è sempre una specie di nebbia: personaggi che cercano qualcuno, o forse sé stessi, città che sembrano reali ma hanno qualcosa di onirico, e un tempo che non scorre mai in modo lineare.
Massimo esperto di Fernando Pessoa e della cultura portoghese, Tabucchi ha saputo costruire un ponte letterario tra Italia e Portogallo. Non a caso, molte delle sue storie hanno il respiro malinconico di Lisbona, fatta di tram, luce dorata e saudade.
Entrando nel romanzo, siamo a Lisbona nell’estate del 1938, durante il regime di António de Oliveira Salazar. Il dottor Pereira è un giornalista che si occupa della pagina culturale di un giornale della sera, cattolico e diretto da un fervente fascista: il Lisboa. Mentre questo è in vacanza, assume un praticante, Francesco Monteiro Rossi, che si occupi di necrologi anticipati di grandi scrittori. In realtà Monteiro Rossi gli propone necrologi atipici, polemici, spesso rivolti contro artisti collusi col fascismo — testi “perfettamente non pubblicabili” per il giornale. Ma Pereira non ha il coraggio di licenziare il giovane e continua non solo a pagarlo di tasca propria, ma anche ad aiutarlo.
E a quel punto a Pereira venne in mente una frase che gli diceva sempre suo zio, che era un letterato fallito, e la pronunciò. Disse: la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.
Sostiene Pereira è ambientato a Lisbona
per una ragione che è insieme storica, simbolica e profondamente
personale.
Innanzitutto, c’è il contesto storico: siamo nel
1938, durante una dittatura che soffoca lentamente ogni spazio di
libertà. Il Portogallo è ufficialmente neutrale, ma in realtà
chiuso, controllato, attraversato da censura e propaganda. Lisbona
diventa così lo sfondo perfetto per raccontare una presa di
coscienza: quella di Pereira, un uomo mite che, poco a poco, si
accorge di vivere dentro un sistema oppressivo.
Ma c’è anche un livello simbolico. Lisbona, con la sua luce abbagliante e la sua malinconia, è una città sospesa, quasi fuori dal tempo. È il luogo ideale per una storia fatta di esitazioni, silenzi e risvegli interiori. Il caldo opprimente, le strade immobili, il mare vicino ma distante: tutto contribuisce a creare quella sensazione di immobilità da cui Pereira deve, in qualche modo, uscire.
Il romanzo è costruito come una sorta di testimonianza indiretta: un narratore esterno racconta la storia, ma lo fa riportando continuamente ciò che “sostiene Pereira”. Questa formula, ripetuta quasi ossessivamente, crea un effetto molto particolare: da un lato sembra dare credibilità al racconto, come se fosse una deposizione; dall’altro introduce un dubbio sottile, perché tutto ciò che sappiamo passa attraverso la versione di Pereira.
È come se il testo oscillasse continuamente tra
verità e interpretazione. Non stiamo ascoltando Pereira
direttamente, ma nemmeno qualcuno completamente distante da lui.
Siamo in una zona intermedia, ambigua — tipicamente
tabucchiana.
Questa scelta stilistica ha anche un forte valore
tematico: richiama il clima di controllo e censura del Portogallo di
quegli anni, suggerisce l’idea di una presa di parola difficile,
quasi mediata, come se Pereira riuscisse a raccontarsi solo “per
interposta persona”, e allo stesso tempo costruisce lentamente il
suo cambiamento. All’inizio ciò che “sostiene” è timido,
difensivo; alla fine diventa molto più netto, quasi un atto di
responsabilità.
Eppure, Sostiene Pereira è anche, a
tratti, molto divertente.
Non è un divertimento rumoroso o
dichiarato, ma sottile, quasi ironico. Sta soprattutto nel
personaggio di Pereira: questo uomo metodico, ossessionato dalle
omelette alle erbe, dal caldo, dalla salute… e allo stesso tempo
completamente fuori asse rispetto a ciò che gli succede intorno. C’è
qualcosa di teneramente comico nel suo modo di rimandare, di
giustificarsi, di rifugiarsi nelle abitudini.
E poi c’è proprio quella formula, “sostiene
Pereira”, che a lungo andare assume quasi un effetto straniante:
sembra una dichiarazione solenne… ma applicata a dettagli
quotidiani o a pensieri un po’ goffi, crea un contrasto che fa
sorridere.
È un’ironia mai fine a sé stessa. Anche nei
momenti più leggeri, si avverte sempre quello sfondo più serio —
la censura, il clima politico, la trasformazione interiore. Ed è
proprio questo equilibrio che funziona: sorridi, ma nello stesso
tempo senti che sotto c’è qualcosa che si muove.
Ma lei, dottor Pereira, lo sa cosa gridano i nazionalisti spagnoli?, gridano viva la muerte, e io di morte non so scrivere, a me piace la vita, dottor Pereira, e da solo non sarei mai stato in grado di fare necrologi, di parlare della morte, davvero non sono in grado di parlarne. In fondo la capisco, sostiene di aver detto Pereira, non ne posso più neanch’io.

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