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L'amore molesto - Elena Ferrante

 L’amore molesto

Elena Ferrante

E/O edizioni

1992

192 pagine

Audiolibro letto da Anna Bonaiuto

5h 13m

⭐ 3,5/5



Alla morte di Amalia, ritrovata in mare in circostanze poco chiare, la figlia Delia torna a Napoli con l’intenzione di capire cosa sia realmente accaduto. Ma quella che sembra un’indagine si trasforma presto in qualcosa di molto più disturbante: un viaggio ossessivo nella memoria, nel corpo e nel rapporto irrisolto con la madre.

Più Delia cerca risposte, più la realtà si fa sfuggente. Le figure maschili che orbitavano attorno ad Amalia – il marito violento, lo zio ambiguo, il misterioso Caserta – diventano tasselli di un mosaico incompleto, forse addirittura fuorviante. Perché il vero centro della storia non è la morte di Amalia, ma il legame malato, contraddittorio e magnetico tra madre e figlia.

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ferrante costruisce un racconto in cui identità e memoria si deformano continuamente. Delia non si limita a ricordare: si sovrappone alla madre, la imita, la reinventa, fino a perdere i confini tra sé e lei. È in questa zona ambigua che il romanzo trova la sua forza più inquietante.

Napoli, ancora una volta, non è solo uno sfondo ma una presenza viva: una città ruvida, violenta, intrisa di tensioni sociali e familiari, che si riflettono nei corpi e nelle parole delle protagoniste.

🌊 Napoli: spazio fisico e mentale

  • La Napoli del romanzo è lontana da qualsiasi immagine cartolina: è una città claustrofobica, violenta, quasi soffocante, fatta di cortili, scale, appartamenti chiusi.

  • Non è solo un’ambientazione, ma una vera e propria estensione psicologica della protagonista: più Delia sprofonda nei ricordi, più la città si fa labirintica e opprimente.

  • Il dialetto, i corpi, le dinamiche familiari restituiscono una Napoli cruda e materiale, dove la violenza è quotidiana e spesso invisibile.

Tra i temi più forti emergono:

  • la condizione femminile, segnata da costrizioni, violenza e tentativi di emancipazione

  • il rapporto madre-figlia, qui portato a un livello quasi disturbante

  • il collasso psicologico, che si manifesta in una narrazione frammentata, incerta, a tratti allucinata

Ferrante non cerca mai di rassicurare il lettore. Anzi, lo costringe a restare dentro il disagio, dentro una storia sgradevole, viscerale, che però ha una forza magnetica difficile da ignorare.

E forse è proprio questo il punto:
una di quelle storie “ferrantesche” che respingi e insegui allo stesso tempo, che ti tengono incollata fino all’ultima pagina… per poi lasciarti andare, quasi di colpo, quando l’incantesimo si spezza.

Quelle immagini nostre di tanto tempo fa erano ingiallite, attraversate da crepe come in certe pale d'altare le figure dei demoni alati che i fedeli hanno graffiato con oggetti appuntiti


Atre recensioni della Ferrante:

L'amica geniale

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