Cari lettori,
Come sapete, ieri — 3 giugno 2026 — è stata annunciata la cinquina, o meglio, la sestina finalista del Premio Strega. La serata, ospitata nel suggestivo Teatro Romano di Benevento, è stata trasmessa in diretta su RaiPlay.
I libri in finale sono sei e non cinque per una ragione regolamentare. Dal 2018, infatti, il Premio Strega prevede che tra i finalisti sia presente almeno un’opera pubblicata da un editore indipendente (o comunque non appartenente ai grandi gruppi editoriali).
Se tra i primi cinque classificati questa condizione non è rispettata, viene aggiunto il titolo indipendente meglio posizionato in votazione, trasformando così la cinquina in una sestina.
Abbiamo già parlato delle trame e degli autori della dozzina in un precedente post, quindi oggi ci concentriamo sui cinque finalisti. Eccoli qui:
Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi)
Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli)
Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani)
Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori)
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)
Elena Rui, Vedove di Camus (L’Orma editore)
Devo dire che al mio toto-Strega ne ho azzeccati ben 4 su 5/6 🎯 Avevo previsto Christian Raimo al posto di Nucci: non avrei immaginato che un libro su Platone potesse arrivare in cinquina al Premio Strega.
Ora, passiamo a scoprire meglio questi finalisti! 📚
🔍 Gli incipit dei sei candidati
Michele Mari, I Convitati di Pietra
Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, più che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. Tanta modestia, tuttavia, non aveva nulla di nobile: al contrario corrispondeva all’imbarazzo che ciascuno provava dentro di sé, e in misura crescente con il passare degli anni, nei confronti di un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.
💡 Per chi lo consiglierei: a chi ama i romanzi che giocano con la letteratura stessa e trasformano un'idea apparentemente semplice in qualcosa di inquietante e irresistibile.
Matteo Nucci, Platone. Una Storia d’Amore
Una mattina nel sole del Pireo
415 a.C., prima estate
1. La via del porto
Scendevo al Pireo per la strada di Kilis. Il sole era sorto da poco, ma sembrava già giorno inoltrato. Una luce ispessita, densa come polpa, tagliava il bosco della collina e vedevi la polvere roteare nell’aria come un velo tirato giù fra gli occhi e la realtà. I carri scivolavano veloci infilandosi in quei solchi che incidono le grandi pietre del lastricato nel punto in cui la via si stringe per passare fra i caseggiati. Il sibilo sconnesso delle ruote si perdeva fra le grida eccitate dei bambini trattenuti a stento dalle madri. Gli uomini fischiettavano. Sollevavano il braccio nudo salutando amici e conoscenti. Dalle porte semiaperte delle botteghe, voci concitate di chi si vestiva per scendere al porto e non perdersi lo spettacolo. Solo qualche vecchio veniva giù a passo pesante, quasi fosse una marcia funebre. L’estate stava esplodendo trionfale. E proprio nel momento in cui la strada fra le mura si liberò di schianto dall’ombra del bosco di pini, io sentii tutto insieme il canto delle cicale. Era come un respiro immane, un’eterna onda sul bagnasciuga, un muggito di tori in amore quando la luna è piena.
💡 Per chi lo consiglierei: a chi ama i libri che raccontano il mondo antico senza trasformarlo in una lezione di storia, ma come esperienza narrativa e sensoriale.
Bianca Pitzorno, La Sonnambula
PROLOGO
Angelica
Ogni volta che la vedeva sistemarsi con cura, davanti allo specchio dell’andito, quel cappellino fuori moda, modesto, poco appariscente, ad ala stretta, senza nastri né pizzi e fornito di una fittissima veletta che le nascondeva completamente il viso, l’avvocato Antonio Soro non poteva trattenersi dall’osservare con disappunto: “Un’altra volta!” Non era sua abitudine controllare la moglie né chiederle, quando usciva, dove fosse diretta. Provava per lei sufficienti stima, fiducia e rispetto da ritenerla padrona del proprio tempo e delle proprie frequentazioni. Esattamente come pensava di esserne padrone lui stesso. Atteggiamento che sapeva non essere molto diffuso tra gli altri mariti cittadini, così come non era stato usuale il comportamento del suocero che a suo tempo aveva voluto offrire alla figlia lo stesso tipo di istruzione che avrebbe fornito a un erede maschio. Ma quel cappellino, quel cappellino… Non ci voleva molto a indovinare dove sua moglie andasse, e perché preferisse non essere riconosciuta. “Ti credevo una persona ragionevole, Angelica,” aggiungeva ogni volta l’avvocato con una sfumatura di sarcasmo. “Proprio tu, così critica riguardo a ogni superstizione, così colta, così ragionevole, sprecare tempo e denaro per consultare una sonnambula!”
💡 Per chi lo consiglierei: a chi ama i romanzi storici che riportano alla luce figure dimenticate e pagine poco conosciute della storia italiana, con uno sguardo attento alle donne e ai cambiamenti sociali.
Teresa Ciabatti, Donnaregina
Questa è la storia di Giuseppe Misso detto ’o Nasone, accusato di rapina a mano armata, furto, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 38 omicidi commessi, 108 ordinati, ma per qualcuno molti di più. Il mio proposito è andare a intervistarlo cercando di essere imparziale. Dirsi: indaga l’uomo – quale uomo, quello che ha ucciso 150 persone, colui che è accusato di strage? (accusato e assolto). Questa è la storia di Giuseppe Misso, da non confondere con il ben minore Giuseppe Misso Junior, ’o Chiattone, che troverete in rete, del nostro non esistono foto recenti. Le ultime risalgono a trent’anni fa. Non confondetelo col nipote Junior, dunque, tantomeno con Emiliano Zapata, nipote anche lui, indicato per sbaglio come suo successore. Non Junior, non Zapata, bensì Giuseppe Misso in persona devo incontrare. Il superboss che non parla con nessuno stavolta ha accettato a condizione che il giornalista non fosse di giudiziaria, meglio se una donna, qualcuno libero da pregiudizi – ha preteso col giornale. Più avanti capirò che libero da pregiudizi significa poco pratico di camorra, non a conoscenza della sua vicenda criminale. Più avanti ancora avrò il dubbio che lui cercasse una persona da raggirare, questo tuttavia sarà molto dopo. Il giornale sceglie me che non mi sono mai occupata di criminalità, ma di famiglia, adolescenza, ho intervistato scrittori, ogni tanto cantanti. Perciò oggi, in un ristorante del centro di Roma, zona Pantheon, conosco Giuseppe Misso.
💡 Per chi lo consiglierei: a chi ama i romanzi che scavano nelle zone più ambigue dell’animo umano, tra cronaca, ossessione e interrogazione morale, senza offrire risposte rassicuranti.
Alcide Pierantozzi, Lo Sbilico
A quarant’anni dormo ancora con mia madre. Sento che deve incominciare da lei questa storia, da quando sono andato in Svizzera, nel 2012, a ritirare il vetrino del suo tumore. All’epoca non ero ancora impazzito del tutto. Nel piazzale dell’EOC sommerso di neve vecchia, sotto un cartello che vietava di fumare all’aperto, ho deciso di aumentarmi da solo il dosaggio dell’antidepressivo che prendevo da otto anni. Lentamente, dopo che ho aperto la busta con i risultati delle analisi, dopo che ho visto la placchetta con il carcinoma mammario, la mano ha afferrato il blister di paroxetina per un automatismo dei gesti e le dita, ingelonite dal freddo, hanno schiacciato due capsule al posto di una. Ho inghiottito la mia pasticca quotidiana, senz’acqua, aiutandomi con un grumo di catarro. Poi ho fissato l’altra, concentrandomi a lungo sulla tacca divisoria, l’ho spezzata e ne ho inghiottita mezza. Ho reso grazie. Mentre mio fratello mi guardava dai finestrini del pullman che ci avrebbe riportati a Milano, ho lasciato che la metà rimasta atterrasse sulla pappetta di neve che mi cricchiava sotto le scarpe. Per tutto il viaggio di ritorno ho sentito un torpore cattivo sulla lingua.
L’esame istologico confermava la diagnosi di Ancona, quindi era andata bene. O forse era andata male, perché mamma avrebbe comunque fatto la chemioterapia, e le sarebbero caduti i capelli.
💡 Per chi lo consiglierei: a chi è disposto a entrare in un testo instabile, frammentario, che fa della perdita di equilibrio la propria forma narrativa.
Elena Rui, Vedove di Camus
Premessa
L’incidente
Nel tratto fra Champigny-sur-Yonne e Villeneuve-la-Guyard, la dipartimentale 606 è un banale rettilineo che solca campi monotoni, incastrato fra due file di platani che s’interrompono a intervalli irregolari, una volta a destra e una a sinistra; un non luogo che si attraversa senza prestarvi attenzione, per andare da un punto all’altro dell’atlante stradale. Così si percepisce quel segmento oggi, e così lo si percepiva il 4 gennaio del 1960, quando la Facel Vega fv3b dell’editore francese Michel Gallimard si spezzò in due contro un albero. L’auto, che all’epoca del famoso incidente era un prodotto all’avanguardia della tecnica e del design, è diventata un oggetto da collezione, reso ancora più raro (e più caro) dal fatto di essere stata fabbricata per soli tre anni da un’azienda presto fallita. Tutti i collezionisti e gli appassionati di Facel Vega che si rispettino conoscono la dinamica dell’incidente avvenuto il 4 gennaio del 1960 a Villeblevin: il veicolo si mise a zigzagare all’improvviso, poi urtò con estrema violenza un primo platano e dopo un testacoda un secondo, proiettando a diversi metri di distanza Michel Gallimard, la moglie Janine e la figlia adolescente Anne. Solo il passeggero anteriore rimase nell’abitacolo, incastrato fra due sedili. Furono necessarie due ore per estrarlo dal rottame accartocciato, ma molto meno per rendersi conto che quel corpo senza vita apparteneva allo scrittore Albert Camus.
💡 Per chi lo consiglierei: a chi ama i romanzi che partono da un’idea forte e riflettono su memoria, assenza e costruzione delle storie attraverso lo sguardo degli altri.
📊 Qualche considerazione
Tre uomini e tre donne in sestina, che arrivando alla cifra pari pareggia anche le opportunità (eh, questa è per pochi) con un’età media di 57,7 anni (Mari 70, Pierantozzi 41, Nucci 55, Ciabatti 51, Pitzorno 83, Rui 46).
L’età media è leggermente più alta rispetto a quella dello scorso anno (55 anni) e più alta rispetto a quella del Campiello (54 anni).
Alcuni esclusi sono in lizza per il Campiello (Nadeesha Uyangoda con Acqua Sporca e Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia) mentre Alcide Pierantozzi è candidato ancora per entrambi i premi. Mi spiace per l’esclusione di Christian Raimo e il suo L’invenzione del colore perché sembra un libro interessante.
Il mio pronostico personale vede favorito Michele Mari: lo Strega Giovani spesso è una buona cartina tornasole. Ma il mio cuore è tutto per Bianca Pitzorno, che ieri non era presente alla serata ma che ho avuto modo di vedere al Salone del Libro di Torino.
Ecco quindi i finalisti di quest’anno: un gruppo di autori e romanzi che spaziano dal mito filosofico alla riflessione storica, dalla narrativa che indaga le zone d’ombra dell’identità a quella che spinge la lingua verso forme più instabili e interiori.
📅 Appuntamento a mercoledì 8 luglio Per la sua 80ª edizione, la storica serata finale che assegna il riconoscimento si terrà in via eccezionale a Roma, presso la Piazza del Campidoglio oppure comodamente da casa, grazie alla consueta diretta su Rai 3 con la conduzione di Pino Strabioli.
Buone letture,
I.






Commenti
Posta un commento