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I Cani di Riga - Henning Mankell

I cani di Riga

Henning Mankel

Kurt Wallander #2

Traduzione di G. Puleo

Marsilio

312 pagine

1992

4/5 ⭐️⭐️⭐️⭐️



Henning Mankell (1948–2015) è stato uno degli autori più importanti del giallo nordico contemporaneo. Nato a Stoccolma, ha trascorso parte dell’infanzia nel nord della Svezia, un ambiente che influenzerà profondamente le atmosfere cupe e malinconiche dei suoi romanzi.

È noto soprattutto per la serie dedicata al commissario Kurt Wallander, ambientata nella cittadina di Ystad. Con questi romanzi ha contribuito a rinnovare il genere poliziesco, spostando l’attenzione dall’enigma alla dimensione sociale e psicologica: nei suoi libri, infatti, la Svezia appare lontana dall’immagine ideale di società perfetta, mostrando crepe, solitudini e tensioni.

Parallelamente alla scrittura, Mankell è stato anche uomo di teatro e ha lavorato a lungo in Africa, in particolare in Mozambico, esperienza che ha influenzato molte delle sue opere.


Dopo Assassino senza volto, ho letto anche il secondo libro, I cani di Riga, con protagonista il commissario Wallander.

Wallander è un investigatore profondamente umano, lontano dall’immagine dell’eroe infallibile. È un uomo stanco, spesso inquieto, che vive il suo lavoro più come un peso morale che come una vocazione gloriosa. Le indagini lo coinvolgono emotivamente e lo costringono a confrontarsi con una realtà sempre più complessa e difficile da comprendere.

Sul piano personale, emergono alcune fragilità: un rapporto complicato con la famiglia, una certa solitudine e una vita privata disordinata. Non è un personaggio “risolto”, ma anzi in continua tensione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.

Questo emerge anche nel rapporto con il padre, una figura ingombrante e difficile da decifrare, con cui condivide più somiglianze di quanto vorrebbe ammettere:

«Sua moglie lo aveva spesso accusato di essere ostinato ed egocentrico come suo padre.
Forse mi rifiuto di vedere la somiglianza, pensò.
Forse ho paura di poter diventare come lui? Cocciuto come un mulo che vede solo quello che vuole vedere?
Allo stesso tempo, era convinto che la testardaggine fosse una notevole risorsa per un poliziotto…»

Il loro è un legame fatto più di silenzi che di parole: comunicano poco, si fraintendono spesso, eppure tra loro esiste una forma di affetto trattenuto, quasi incapace di esprimersi apertamente.
Il padre, con il suo carattere rigido e le sue abitudini eccentriche, rappresenta per Wallander allo stesso tempo un peso e un punto di riferimento: una presenza che lo irrita, ma da cui non riesce davvero a staccarsi.

Ciò che lo rende particolarmente interessante è il suo sguardo sul mondo: Wallander percepisce che qualcosa sta cambiando nella società svedese, che la violenza non è più un’eccezione ma un segnale di trasformazioni più profonde. Questa consapevolezza lo accompagna nelle indagini e contribuisce a creare quell’atmosfera inquieta e riflessiva che caratterizza la serie.




12 febbraio 1991.
Vengono trovati due cadaveri in un canotto nelle acque tra Germania e Svezia. Sono uomini ben vestiti, ma non erano in crociera: qualcuno li ha uccisi e abbandonati in mare.
Si scopre che sono lettoni. Quando il maggiore Liepa, arrivato a Ystad per collaborare con Wallander, torna in patria per proseguire le indagini, viene assassinato.

E così Wallander parte per Riga.

Qui il romanzo fa un passo in più: l’indagine si trasforma in qualcosa di più complesso e instabile. La Lettonia è formalmente una repubblica, ma l’ombra dell’Unione Sovietica è ancora presente. Si vive “in punta di piedi”: ci si fida di pochi, si parla con cautela, e la verità sembra sempre sfuggire.

Wallander si muove in un contesto che non conosce, tra cospirazioni, silenzi e tensioni politiche. Il romanzo mescola investigazione e intrighi, costruendo un’atmosfera più cupa e ambigua rispetto al primo libro.

Forse è proprio questo il punto di forza: non solo capire chi ha ucciso, ma orientarsi in un mondo in cui le regole non sono più chiare.

Il romanzo mi è piaciuto perché le spy stories sono sempre molto intriganti, ma soprattutto per la componente storica che Henning Mankell riesce a restituire attraverso l’atmosfera: le persone, il nervosismo costante, i sotterfugi.
È un mondo in cui si vive quasi in apnea: il coprifuoco, l’urgenza di scoprire senza essere scoperti, la necessità di fidarsi di pochissimi. E, soprattutto, il desiderio semplice ma tutt’altro che scontato di riuscire a tornare a casa.


Avete mai visto la serie tv? Dove posso recuperarla?

Prossimo volume: La leonessa bianca.
Intanto, buona lettura!
I.


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