Un indovino mi disse
TEA, 1995
430 pagine
🎧
Audiolibro: 17 h 35 min – letto da Edoardo Siravo
⭐ 4/5
📌 Tiziano Terzani
Tiziano Terzani (1938–2004) è stato uno dei più grandi giornalisti e reporter italiani del Novecento. Per oltre trent’anni ha raccontato l’Asia da dentro, vivendo a lungo in Paesi come la Cina, il Vietnam, l’India e il Giappone. Non era un inviato “di passaggio”: imparava le lingue, si immergeva nelle culture locali, osservava i cambiamenti della società asiatica con uno sguardo curioso ma mai superficiale.
Accanto al giornalista rigoroso conviveva però un uomo profondamente interessato alla dimensione spirituale, al senso del destino, al dialogo tra Oriente e Occidente. Questa doppia anima – razionale e spirituale – attraversa tutta la sua opera e trova in Un indovino mi disse una delle sue espressioni più riuscite. Terzani non rinnega la sua formazione occidentale, ma non la considera nemmeno l’unica chiave di lettura possibile: preferisce il dubbio, l’ascolto, il confronto.
Un viaggio nato da una profezia
Il libro nasce da un episodio reale: nel 1976, a Hong Kong, un indovino cinese lo mette in guardia dal volare per tutto il 1993. Terzani prende quella profezia sul serio, non tanto per superstizione quanto per curiosità e rispetto verso una cultura diversa dalla sua. Quando il 1993 arriva, decide di cogliere la palla al balzo e trasformare il divieto in un’occasione.
La scelta di non volare cambia radicalmente il suo modo di viaggiare e di lavorare. Spostarsi via terra o via mare significa rallentare, fermarsi, osservare di più. Ed è proprio questa lentezza forzata a diventare una delle grandi ricchezze del libro. Per noi potrebbe sembrare una sfida bizzarra; per un giornalista di esteri, che deve spostarsi continuamente, è una vera rivoluzione. Eppure si viaggia parecchio anche senza volare: Terzani attraversa Laos, Thailandia, Cambogia, Birmania, Malesia, Vietnam, Singapore, Cina e Mongolia.
A fare da contrappunto a questa scelta quasi controcorrente, irrompe la Storia. Il 20 marzo 1993 un elicottero delle Nazioni Unite precipita in Cambogia con a bordo quindici giornalisti. Fra loro c’era il collega tedesco che l’aveva sostituito. Un evento che dà al racconto una dimensione improvvisamente tragica e rende difficile liquidare la profezia come una semplice coincidenza.
L’Asia raccontata da dentro
Accanto alla sua “assurda” storia personale, Terzani racconta continuamente i Paesi in cui si trova, intrecciando paesaggi, storia, cultura e tradizioni. Il libro non è mai noioso, soprattutto quando si sofferma su riti e modi di vivere lontani dai nostri. È come se, con la sua visione occidentale, cercasse di fare da mediatore tra il lettore e i mondi che attraversa, senza però mai tirarsi indietro: sperimenta, osserva, coglie il buono da ogni esperienza e spesso liquida con una battuta anche le situazioni più astruse.
Le culture asiatiche, così diverse dalla nostra, possono apparire bizzarre ai nostri occhi:
In Asia il nome da dare a un figlio, l’acquisto di un terreno, la vendita di un pacchetto di azioni, la riparazione di un tetto, la data di partenza o la dichiarazione di una guerra sono decisioni dipendenti da criteri che non hanno niente a che fare con la nostra logica. Milioni di matrimoni vengono ancora oggi organizzati così; migliaia di edifici, come un tempo intere città, vengono pianificati e costruiti così; gran parte delle piccole e grandi decisioni politiche che riguardano interi popoli sono ancora oggi determinate da una qualche credenza o dal consiglio di personaggi esperti in uno di questi tanti modi di consultare l’occulto.
Milioni di matrimoni, edifici e persino decisioni politiche vengono ancora guidati da credenze, rituali e consultazioni dell’occulto: una visione del mondo che Terzani osserva con rispetto, pur mantenendo sempre uno sguardo critico.
Globalizzazione e perdita
Molti dei luoghi descritti nel libro oggi non esistono più nello stesso modo. Un indovino mi disse è anche una testimonianza preziosa di un’Asia pre-globalizzazione, colta in un momento di profonda trasformazione. Terzani usa nomi come Birmania (oggi Myanmar), Saigon (ufficialmente Ho Chi Minh City) o Indocina, termine ormai quasi esclusivamente storico.
La Cina che attraversa è lontana dall’immagine iper-moderna attuale: le città non sono ancora dominate da grattacieli e infrastrutture futuristiche, e la memoria del maoismo convive con i primi segnali di apertura economica. La Cambogia è segnata dalle ferite del regime dei Khmer Rossi e dalla presenza delle missioni ONU: un Paese fragile, instabile, attraversato da una tensione costante.
Terzani guarda con grande lucidità al prezzo di questo cambiamento:
Nella realtà però l’Asia del miracolo economico non è solo un continente in gioiosa crescita; è anche un mondo che sta suicidandosi nel perseguimento di un modello di sviluppo che non è frutto di una sua scelta, ma gli viene imposto dalla logica del profitto che oggi sembra dominare inesorabilmente ogni comportamento umano.
Storia, natura, lentezza
Non mancano pillole di storia, utili per comprendere meglio una parte di mondo spesso liquidata con superficialità:
Per rifornire i guerriglieri vietcong nel Sud Vietnam, i comunisti di Hanoi aprirono attraverso le foreste del Laos quello che divenne famoso come “il sentiero di Ho Chi Minh”; per chiudere quel sentiero gli americani fra il 1964 e il 1973 sganciarono – “segretamente” – sul Laos più bombe che sulla Germania e sull’intera Europa occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale: due milioni di tonnellate di esplosivo.
Terzani ama anche l’Asia più lenta e antica, quella dei popoli poveri ma non ancora travolti dalla frenesia occidentale:
Al momento basta ancora metterci piede per sentire che nel Laos c’è qualcosa di unico e di poetico nell’aria: le giornate sono lunghe e lente e la gente ha una quieta dolcezza che non si trova nel resto dell’Indocina. I francesi, che conoscevano bene i popoli delle loro colonie, dicevano: “i vietnamiti piantano il riso, i khmer li stanno a guardare e i lao ascoltano il riso crescere”.
Persino il rapporto con la natura racconta una sensibilità diversa:
Con le offerte, che poi venivano fatte regolarmente all’altare, si rinnovavano le scuse e le preghiere. Se nel corso di certi lavori era indispensabile tagliare un albero, c’era una speciale cerimonia con cui si chiedeva al pii della pianta il permesso di usare la sega ai suoi danni.
Uno sguardo critico sull’Occidente
Pur restando scettico verso indovini e ciarlatani, Terzani è durissimo nei confronti dell’Occidente:
L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Asia non più impossessandosi dei suoi territori, bensì della sua anima. Lo fa ormai senza un piano, senza una precisa volontà politica, ma grazie a un processo di avvelenamento contro cui nessuno ha trovato per ora un antidoto: l’idea di modernità. Abbiamo convinto gli asiatici che solo a essere moderni si sopravvive e che l’unico modo di esser moderni è il nostro: il modo occidentale. Ci sono alternative? Nessuna. Tutti i tentativi di percorrere altre vie sono finiti male!
Proiettandosi come unico vero rappresentante del progresso umano, l’Occidente è riuscito a dare, a chi non è “moderno” a sua immagine, un grande complesso di inferiorità – neppure il cristianesimo era riuscito a tanto! - e l’Asia sta ora buttando a mare tutto quel che era suo per acquisire tutto quel che occidentale, sia nel modello originale, sia nelle imitazioni locali, da quella giapponese a quella thai, a quella di Singapore.
La modernità occidentale viene presentata come unica via possibile, generando un profondo complesso di inferiorità e spingendo l’Asia a rinnegare ciò che era suo.
Conclusione
Un indovino mi disse è il diario di un lungo viaggio durato un anno, attraverso Paesi asiatici senza poter prendere l’aereo, ma soprattutto è un’occasione di riflessione su destino, caso, modernità e identità culturale. Un libro che osserva mondi diversi dal nostro senza paternalismi né idealizzazioni, riconoscendo pari dignità a ogni cultura.
Il caso? Difficile dire che non esiste, ma in qualche modo mi andavo convincendo che gran parte di quel che sembra succedere appunto “per caso”, siamo noi che lo facciamo accadere; siamo noi che, una volta cambiati gli occhiali con cui guardiamo il mondo, vediamo ciò che prima ci sfuggiva e per questo credevamo non esistesse. Il caso, insomma, siamo noi.

Commenti
Posta un commento